Basti pensare ai recenti giudizi sull’affidabilità di alcuni Paesi, ad esempio la Grecia, che circolavano fino a qualche mese fa, e che non lasciavano trapelare alcun timore sulle potenzialità creditizie degli stessi Paesi.
Il problema fondamentale è probabilmente da ricercare nelle norme di analisi spesso utilizzate. Le agenzie di rating non fanno altro che analizzare dati ricevuti dai soggetti valutati, in particolare le banche che costruiscono strumenti strutturati, che saranno poi sottoposti a giudizio. Per quanto l’analisi possa essere scrupolosa, è un’analisi storica, scarsamente prospettica e, soprattutto, scarsamente ispettiva. Il problema sarebbe fine a se stesso se, su quel rating assegnato a un determinato strumento finanziario, non si basassero le decisioni d’investimento di altri operatori. Chi più chi meno, i fondi d’investimento spesso dichiarano di basare le proprie decisioni proprio dal giudizio di rating formulato dalle agenzie.
Ancora una volta, però, è l’etica delle decisioni a presentarsi tra i principali testimoni dell’accusa lanciata alle agenzie di rating dal sistema economico. Quanto etico può essere considerato un processo di rating in cui il valutatore e il valutato spesso sono in costante conflitto d’interesse?
Il vero problema, in altri termini, potrebbe risiedere nella possibilità che le agenzie di rating hanno di giudicare un operatore, in modo in parte scrupoloso, ma al tempo stesso essere consulenti di quegli operatori supportandoli nella costruzione di uno strumento di credito che sarà poi oggetto di giudizio.
Molto probabilmente in queste considerazioni si può capire perché molte agenzie di rating non si fossero accorte dei ben noti fenomeni Parmalat, mentre giudizi più indipendenti quali quelli dei rating etici avevano, per tempo, colto nel segno. Forse si deve cogliere l’opportunità per affiancare al giudizio offerto dalle agenzie di rating altri strumenti etici; il tutto a favore della serenità di giudizio d’investitori, oggi troppo vincolati al meccanismo “monopolista” del giudizio delle stesse agenzie di rating.
In ragione degli ormai ben noti scandali che hanno caratterizzato lo scenario economico globale, quali per esempio Cirio e Parmalat per citare casi italiani, oggi è ancora da chiedersi se effettivamente investire eticamente sia conveniente anche dal punto di vista finanziario. È evidente che sia i risparmiatori sia gli investitori etici siano attenti al rendimento offerto nel tempo. Da una prima osservazione, l’investimento etico può essere più costoso di un investimento tradizionale. Il costo superiore può essere associato principalmente al processo di selezione etica che diminuisce le possibilità di diversificazione del portafoglio, aumentandone il rischio e impegnando risorse e tempo aggiuntivi. Ne deriva la difficoltà nell’allocazione di risorse dei fondi etici cui ovviamente collegare il rendimento ottenibile. Il dato insolito è che, nonostante i vincoli operativi dei gestori etici, le performance ottenute sono perfettamente in linea con quelle degli altri fondi dimostrando spesso, anzi, sistematici andamenti superiori.
In tale situazione è necessario definire delle metodologie che consentano di misurare le opportunità e le minacce legate a un investimento etico.
Un esempio può essere rappresentato dalle cosiddette metodologie di rating, e cioè una metodologia di classificazione delle imprese in conformità a criteri economico-finanziari e strategico-gestionali volta a valutare l’entità del rischio (o del merito) di credito. La funzione principale del rating deve essere quella di costituire uno strumento informativo sintetico e un efficiente mezzo segnaletico che comunichi al mercato i risultati di un’accurata indagine svolta da analisti indipendenti dall’azienda valutata.
Alla luce dei recenti mutamenti del sistema economico e delle questioni divenute rilevanti per gli investitori e la società in generale, si sono presentate sul mercato nuove esigenze informative. In ragione di ciò si è prepotentemente resa necessaria un’analisi più approfondita del sistema industriale che vada di là della semplice capacità di un’impresa di essere solvibile e di onorare i propri impegni finanziari. In particolare, alcuni operatori hanno cominciato a prestare attenzione a tutte le dimensioni della performance d’impresa secondo i canoni del concetto di sviluppo sostenibile; non più solo esclusivamente la dimensione economico-finanziaria della performance d’impresa, ma anche la dimensione ambientale e sociale: come il “rating ESG” acronimo che individua i driver principali di analisi aziendale e conseguente giudizio: Environmental, Social and Governance, in altre parole appunto le politiche ambientali, sociali e di governance societarie).
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